L’intervista del presidente di Confindustria Campania, Emilio De Vizia, pubblicata oggi dal quotidiano “Il Mattino” offre uno spunto che merita di essere raccolto. La sua riflessione parte da un dato preciso: la crescita del Mezzogiorno può diventare strutturale solo se infrastrutture, imprese e nuove attività procedono insieme e se una parte delle funzioni economiche oggi concentrate altrove può trovare spazio nei territori meridionali.
È una prospettiva che condividiamo perché sposta il tema dello spopolamento dentro quello, più ampio, della politica industriale e dell’equità territoriale. Non basta collegare un territorio se continuano a partire giovani, competenze e imprese. Un’infrastruttura produce sviluppo quando genera attività, lavoro e valore.
Ed è qui che Salerno ha una potenzialità straordinaria.
Porto, aeroporto, rete stradale e ferroviaria, aree industriali, manifattura, agroalimentare, turismo, logistica e aree interne compongono un sistema che può assumere una funzione nuova. La sfida non è semplicemente collegare queste realtà, ma metterle a sistema e trasformare le connessioni in sviluppo.
La futura connessione dell’Alta Velocità verso il Vallo di Diano e il Mezzogiorno interno, insieme al sistema portuale e logistico salernitano, può contribuire a costruire una nuova geografia economica della provincia. In questa prospettiva dobbiamo iniziare a mettere nel dibattito anche l’idea di una Zona franca doganale interclusa (Zfdi) nell’ambito della Zes, come possibile strumento per rafforzare la capacità del territorio di attrarre attività produttive, logistica, commercio internazionale e servizi ad alto valore aggiunto.
Non un’opera da rivendicare in quanto tale, ma una funzione economica da costruire dentro una strategia territoriale più ampia: fare di Salerno e delle sue aree interne un sistema capace di intercettare flussi, investimenti e nuove attività e, soprattutto, di trattenerne una parte crescente del valore.
Ed è qui che la riflessione di De Vizia sulle Big Four assume un significato che va oltre le singole società. Il punto non è portare qualche grande nome al Sud, ma spostare verso il Mezzogiorno una parte delle funzioni che oggi concentrano altrove potere economico e valore. Finanza, competenze, innovazione, servizi, ricerca e internazionalizzazione devono diventare patrimonio anche delle aree interne. È così che si cambia la geografia dello sviluppo.
Perché il problema non è soltanto quanto cresce il Mezzogiorno, ma quanto valore riesce a trattenere. Una parte della ricchezza prodotta continua a essere governata, finanziata e organizzata altrove; lo stesso accade al capitale umano formato nelle nostre università.
La sfida, quindi, è duplice: attrarre investimenti e trattenere valore.
E questo riguarda direttamente la giustizia sociale. Lo sviluppo non può essere misurato soltanto dalla crescita del PIL o dal volume degli investimenti, ma dalla capacità di creare lavoro stabile e qualificato, ridurre le disuguaglianze e offrire ai giovani la possibilità concreta di costruire qui il proprio futuro. Una politica industriale per il Mezzogiorno deve essere anche una politica di redistribuzione delle opportunità.
In questa prospettiva cambia anche il modo di guardare alle aree interne.
Non sono soltanto territori da collegare ai grandi centri. Possono diventare luoghi attraverso i quali il sistema tirrenico si proietta verso il Mezzogiorno continentale. La connessione con il Vallo di Diano, la Basilicata e la direttrice adriatica può trasformare una distanza storica in una nuova possibilità economica.
È il senso più concreto della riflessione sulla dimensione Tirreno-Adriatica: non una nuova sovrastruttura istituzionale, ma una geografia delle relazioni nella quale le aree interne diventano cerniere e non periferie.
La loro posizione geografica, sostenuta da infrastrutture, servizi e investimenti, può diventare un vantaggio competitivo. Ma questo richiede un cambio di paradigma: le infrastrutture non possono essere semplicemente opere da realizzare; devono essere pensate insieme alle attività da insediare, al lavoro da creare, alle competenze da formare e al valore da trattenere. È qui che una grande infrastruttura diventa politica industriale.
La Cisl Salerno ritiene che questa debba essere una delle priorità della prossima stagione. Non una competizione tra territori per conquistare singole opere, ma una strategia capace di costruire un ecosistema territoriale integrato, nel quale porto, ferrovia, Zes, attività produttive, logistica, formazione, innovazione e servizi avanzati si rafforzino reciprocamente.
Anche per questo la Campania deve avere la forza di fare sistema. La maggiore compattezza del sistema meridionale richiamata da De Vizia non può rimanere una dichiarazione di principio. Deve tradursi nella capacità di costruire una strategia comune, superando frammentazione e competizione tra territori.
Salerno ha le condizioni per essere protagonista di questa trasformazione. Ma deve smettere di pensarsi soltanto come una provincia attraversata da grandi infrastrutture e iniziare a pensarsi come un territorio capace di generare connessioni, investimenti, lavoro e valore.
Il vero obiettivo non è soltanto far arrivare più merci, più treni o più investimenti. È fare in modo che una quota crescente di quel valore rimanga sul territorio, trasformandosi in lavoro, competenze, imprese e opportunità.
Perché il Mezzogiorno non ha bisogno soltanto di crescere. Ha bisogno di trattenere ciò che produce e produrre ciò che oggi è costretto ad acquisire altrove in termini di competenze, funzioni e valore.
E questa è anche la dimensione sociale della crescita: redistribuire la ricchezza significa redistribuire possibilità, accesso al lavoro, qualità dei servizi e capacità di costruire futuro.
Solo così la lotta allo spopolamento può smettere di essere una politica difensiva e diventare politica di sviluppo. E solo così la coesione territoriale può tradursi in mobilità sociale.
Il vero obiettivo, allora, non è soltanto accorciare le distanze, ma cambiare la geografia delle opportunità.
Per Salerno, e soprattutto per le sue aree interne, può significare passare da una condizione percepita di marginalità a una nuova centralità: non territori ai margini della Campania, ma luoghi attraverso i quali il sistema tirrenico si apre al Mezzogiorno continentale.
Perché lo sviluppo non è soltanto produrre più ricchezza. È fare in modo che quella ricchezza generi più lavoro, più possibilità e più futuro nei territori che la producono.
La crescita, per essere davvero crescita, deve restare sul territorio e creare mobilità sociale.
DALLA ZES AL VALLO DI DIANO: LA PROPOSTA DELLA CISL SALERNO PER TRASFORMARE LE CONNESSIONI IN LAVORO QUALIFICATO, POLITICHE INDUSTRIALI E GIUSTIZIA SOCIALE
